L’anima di Wolfsburg: il pragmatismo geometrico della T-Cross e l’inaspettata nostalgia della futura Golf
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Per capire il polso dell’attuale strategia Volkswagen basta guardare al suo listino, un ecosistema dove la razionalità di chi bada al sodo convive con il peso di un’eredità storica a volte ingombrante. Da una parte abbiamo certezze assolute come la T-Cross, che con un biglietto da visita di circa 27.200 euro rappresenta la risposta perfetta alla giungla urbana. Sotto pelle è pur sempre una Polo, ma declinata in salsa crossover, a trazione anteriore e con un’impostazione talmente squadrata da ottimizzare ogni singolo centimetro. Ha portiere ampie che perdonano l’ingresso frettoloso e uno spazio interno che sembra sfidare la logica degli ingombri esterni. Il vero jolly è il divano posteriore scorrevole di 14 centimetri, una genialata per modulare il bagagliaio, anche se bisogna ammettere che la sua conformazione ha il vizio di far “sparire” i piccoli oggetti mal riposti nel baule.
Seduti al posto di guida, rialzato quanto basta per dominare il traffico senza soffrire di vertigini, si respira l’aria classica della casa tedesca. Niente voli pindarici, ma un ordine teutonico che rassicura: display touch da 8 pollici al centro e, se si scelgono gli allestimenti più ricchi, un cruscotto interamente digitale e ampiamente configurabile da 10,25 pollici. Su strada il comportamento è l’esatto riflesso di quello che ti aspetti da una creatura di Wolfsburg. Morbida sulle buche, silenziosa, intuitiva da far paura fin dal primo incrocio e con una tenuta di strada che non ti tradisce mai. Ad alzare l’asticella della sicurezza ci pensa una dotazione elettronica non indifferente, con mantenimento di corsia e frenata d’emergenza automatica di serie su tutta la gamma, capaci di riconoscere anche pedoni e ciclisti sotto gli 85 km/h.
Sotto il cofano le scelte sono pragmatiche quasi all’eccesso. C’è solo il tre cilindri 1.0 turbo a benzina, declinato in due potenze: 95 o 116 cavalli. Un motore rotondo, che sa tirare fuori un po’ di grinta ai regimi più alti, abbinato a un manuale a cinque o sei marce, oppure all’eccellente robotizzato doppia frizione DSG, riservato però alla versione più potente. Niente ibrido, niente elettrico, zero gas. O benzina, o niente. Qualche scivolone sui dettagli c’è, come la mancanza delle maniglie sul soffitto o quella spia dei fendinebbia imboscata chissà dove, ma nel complesso una 1.0 TSI Life da 95 CV o una Style col DSG restano compromessi dannatamente azzeccati.
Eppure, mentre vetture rialzate come la T-Cross macinano vendite e ridefiniscono il mercato globale – basti pensare che negli Stati Uniti l’offerta di SUV come Taos e Tiguan ha di fatto spazzato via la Golf standard dal 2019, lasciando in vita solo le varianti per appassionati GTI ed R – ai piani alti di Wolfsburg si gioca una partita decisamente più sentimentale per il futuro del marchio. L’attuale Golf di ottava generazione si avvicina al pensionamento, e nonostante i recenti mal di testa finanziari e le sfide legate all’elettrificazione, la nona generazione sta prendendo forma.
La vera notizia è che la futura Golf non sarà solo un freddo esercizio di transizione tecnologica. Sicuramente manterrà un doppio binario, offrendo sia propulsori termici che un’anima puramente elettrica, ma è sul piano del design che sta per calare un asso piuttosto inaspettato. Il CEO Thomas Schäfer e il capo dello sviluppo Kai Grünitz, chiacchierando recentemente con la redazione spagnola di Motor1, si sono sbottonati sull’estetica ormai quasi definitiva della vettura. Schäfer non ha nascosto un certo entusiasmo, confessando che davanti al primo modello in scala reale ha semplicemente esclamato: “Wow. È bellissima”.
L’aspetto affascinante di questa vicenda è la musa ispiratrice scelta per le nuove linee: la Golf Mk4, quella prodotta a cavallo tra il 1997 e il 2006. Grünitz l’ha definita un punto di riferimento, un balzo in avanti che si tradurrà in un veicolo dall’aspetto moderno ma senza tempo. Tirare in ballo la quarta generazione è una scelta forte, quasi audace. All’epoca, la Mk4 fece discutere parecchio. Per molti ingegneri fu il momento in cui la compatta del popolo decise di imborghesirsi, barattando la leggerezza e la semplicità originaria in cambio di dimensioni più generose e di un’atmosfera premium che strizzava palesemente l’occhio ad Audi. I puristi storsero il naso accusandola di essere diventata troppo morbida e pesante, perdendo la brillantezza di guida delle serie precedenti, mentre le famiglie ne lodarono la qualità costruttiva impeccabile. Ora, pare proprio che Volkswagen voglia riappropriarsi di quell’esatta sensazione di rassicurante solidità e lusso accessibile, provando a fondere il pragmatismo che le fa vendere le crossover oggi con lo spirito borghese di quella che, nel bene o nel male, è stata una delle Golf più iconiche di sempre.